Niente da festeggiare

Per molte donne l’otto marzo è solo un’occasione per uscire con le amiche, per altre una festa commerciale che giova solo ai fiorai, un’ipocrita ricorrenza che pretende di ricordare agli uomini che, almeno una volta all’anno, devono pur riconoscere la necessità della loro esistenza.

Confesso di aver più volte snobbato in passato questa ricorrenza ma, ahimè, siamo purtroppo ancora lontane dall’aver raggiunto l’emancipazione che le nostre nonne e mamme avevano sognato.

Forse l’otto marzo può essere necessario per ricordare a noi stesse, prima ancora che agli uomini, che i diritti si ottengono nel momento in cui ci uniamo per esigerli; che siamo una forza propulsiva benefica per la società, e non corpi inermi da sfruttare.

La violenza sulle donne è ancora un’emergenza attuale, e ancor più grave è il silenzio che spesso adombra tale realtà. Per questo motivo ritengo che questa ricorrenza debba oggi rappresentare un canale utile a veicolare informazioni e messaggi capaci di incidere positivamente sulla cultura e gli atteggiamenti abituali delle persone. Per comunicare agli uomini che non possono decidere delle vite delle loro mogli, sorelle e figlie, e convincere le donne a essere quotidianamente più coraggiose nel pretendere il rispetto dei propri diritti. Non per festeggiare, dunque, magari con l’ingresso gratuito nei musei o negli stadi, ma per riflettere seriamente sulla possibilità di raggiungere una maggiore consapevolezza.

Della violenza che colpisce quotidianamente molte donne ha già ampiamente trattato Valentina nel suo articolo, mentre io vorrei parlare di un diverso problema che sta coinvolgendo da qualche anno anche l’Italia: le mutilazioni genitali femminili.

Si tratta di pratiche tribali che comportano l’asportazione parziale o totale degli organi genitali femminili esterni, accompagnate spesso anche dalla chiusura quasi completa della vulva (infibulazione). Sono attuate soprattutto in Africa, Asia e Medio Oriente da popolazioni di religione islamica ma anche cristiano-copta, cattolica, animista e falasha, nonostante sia assente, sia nella Bibbia che nel Corano, qualsiasi riferimento ad esse.

Le motivazioni che spingono alla pratica delle mgf sono la presunta difesa della purezza della donna e il controllo della sua sessualità, in modo da inibirne il piacere e prevenire l’adulterio.

Il numero di donne e bambine mutilate è stimato in 135 milioni. (Rapporto del Relatore Speciale sulla violenza contro le donne, 2002).

Migliaia di donne muoiono per queste violenze che provocano infezioni e disfunzioni, oltre che gravi sofferenze fisiche e psicologiche, rappresentando vere e proprie forme di tortura che non possono in alcun modo essere giustificate da credenze religiose o dall’identità culturale.

Anche l’Italia ormai, interessata da importanti flussi migratori, è colpita da questo fenomeno.

Uno studio commissionato dal Ministero per le Pari Opportunità, calcola che su centodiecimila donne africane residenti, provenienti da paesi in cui tale pratica è  culturalmente ammessa, circa trentacinquemila hanno subito una forma di mutilazione genitale femminile. Per questo motivo è stata emessa la legge n. 7 del 9 gennaio 2006 “Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile” che introduce il reato di “pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili” e prevede dai quattro ai dodici anni di reclusione per chiunque pratichi l’infibulazione. Gli anni diventano sedici se la vittima è un minore. Per i medici scoperti a praticarla è previsto un massimo di dieci anni di cancellazione dall’ordine.

Per ciò che concerne la prevenzione, la legge prevede una serie di campagne informative, iniziative di sensibilizzazione, l’istituzione di un numero verde e corsi di perfezionamento specificamente dirette al personale sanitario oltre che alla popolazione immigrata.

Recentemente il Ministero delle Pari Opportunità si è mosso contro le mgf attraverso la promozione di campagne di sensibilizzazione e di spot

in collaborazione con Progetto Aurora- MGF Io No-, a mio avviso efficaci pur nella tenuità del linguaggio adottato, assolutamente legittima, vista la delicatezza del tema.

Di maggiore impatto, a mio parere, anche per l’immediato riferimento simbolico, sono le immagini proposte dalla campagna sostenuta da Amnesty, rappresentanti una rosa, esplicito richiamo femminile, con i petali centrali cuciti.

Mi chiedo, tuttavia, se esse raggiungano realmente la sensibilità delle persone a cui è rivolto, soprattutto immigrati che troppo spesso hanno difficoltà a integrarsi in un Paese che non li accetta pienamente, all’indifferenza del quale si rischia che rispondano con un’ostinata difesa delle proprie posizioni “culturali”.

Ciò che fondamentalmente deve emergere in queste campagne è che i diritti umani non possono assolutamente essere violati in nome di alcuna fede, tradizione o cultura.

Laura Bocchiddi

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Questo blog nasce all’interno del corso di Comunicazione sociale della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Sassari. Ora prosegue la sua strada al di là del lavoro universitario. Il blog, interamente gestito dagli studenti e studentesse del corso di Laurea Magistrale in Mediares – Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale, ha come obiettivo quello di riflettere e studiare il mondo della comunicazione analizzandone i contenuti e le forme e proponendo analisi critiche e teoriche su questo variegato mondo.
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