“La bellezza del fresco profumo della libertà”

“Caro Estortore,

ho deciso che pagherò: pagherò le tasse, (anche quelle cche non pagavo prima), pagherò i miei dipendenti , tutti, (metterò in regola anche gli extracomunitari); pagherò le mie scelte di persona, infatti il mio voto non lo venderò più, sarà più difficile, sarà meno facile  che fare come fanno tutti quando vogliono fare i furbi; ma lo farò. Perchè?

Perchè è come quando ti diagnosticano un male incurabile e ti scopri innamorato della vita. Il male incurabile , caro estorsore, sei tu, e io non voglio morire di questo cancro; per questo pagherò tutti e non pagherò te. Se verrai a farmi del male io resisterò, perchè oggi sono un uomo libero” .

Questa lettera ha vinto il il premio “Libero Grassi”, “Lettere al caro estorsore”, istituito dopo la sua morte. Ragazzi di tutte le scuole della Sicilia, e qualche adulto, riscrivono  a loro modo la lettera che aveva scritto per denunciare l’estorsione che aveva subito dalla mafia.

Ma torniamo indietro di parecchi anni…. per capire meglio cosa è successo e di cosa parliamo.

La Mafia, o “Cosa Nostra” è un mostro che vive tra di noi, cresce, si trasforma grazie alla debolezza di qualcuno; perchè il mostro trova il punto più debole e ci entra, lo infetta, come un virus mortale.

Già nel lontano 1875-1876, nella relazione finale della Commissione d’Inchiesta Franchetti-Sonnino, si cerca di dare una definizione a questo mostro:

– non ha statuti, non ha capi riconosciuti (se non i più forti e abili);

– è lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male; questa forza criminosa, non specialissima della Sicilia, esercita una grande influenza imprimendo a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre criminalità siciliane e senza la quale molti reati non si commetterebbero o lascerebbero scoprire gli autori.  

Da allora, biogna attendere i tempi del prefetto Mori per registrare un tentativo di seria repressione del fenomeno mafioso ma i limiti di quel tentativo sono ben noti a tutti.  

Nell’immediato dopoguerra e fino ai tragici fatti di sangue della prima guerra di mafia degli anni 1962-1963 gli organismi responsabili ed i mezzi di informazione sembrano fare a gara per minimizzare il fenomeno (relazione del 1967 si asserisce che il fenomeno della criminalità mafiosa era entrato in una fase di “lenta ma costante sua eliminazione” e in quella del 1968, si raccomanda l’azione della misura di prevenzione del soggiorno obbligato, dato che il “mafioso fuori dal proprio ambiente diventa pressoché innocuo”).

In un discorso di Vincenzo Parisi, capo della Polizia, spiccano il traffico di stupefacenti e il commercio clandestino di armi. Sottolinea che la criminalità organizzata “è come la più significativa sintesi delinquenziale fra elementi atavici e acquisizioni culturali moderne e interagisce sempre più con la criminalità economica, allo scopo di individuare nuove soluzioni per la ripulitura ed il reimpiego del denaro sporco”.

Ma la capacità della Mafia di modellarsi con prontezza ed elasticità, i suoi valori arcaici, alle mutevoli esigenze dei tempi, costituisce una delle ragioni più profonde della forza di tale consorteria, che la rende tanto diversa. Inoltre si mimetizza nella società, ha una forza di intimidazione derivante dalla inesorabile ferocia delle “punizioni” inflitte ai trasgressori o a chi si oppone ai suoi disegni criminosi, l’elevato numero e la statura criminale dei suoi adepti; con tutto ciò ci si rende conto dello straordinario spessore di questa organizzazione sempre nuova e sempre uguale a se stessa.

Cosa Nostra ha forza, compattezza ed autonomia, ma dialoga e stringe accordi con chicchessia, mai però in posizione di subalternità: ha stretto alleanze con organizzazioni similari e ha prestato ausilio ad altri per fini svariari, ma non disinteressatamente: gli omicidi commessi in Sicilia, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere.

Ma come è organizzata? come una struttura piramidale, basata ulla famiglia e ogni “uomo d’onore” intrattiene rapporti di affari prevalentemente con gli altri membri della stesa famiglia e sporadicamente con altre famiglie, essendo riservato ai vertici delle varie famiglie il coordinamento in seno agli organismi direttivi provinciali e regionali. Ma non si limita ad esercitare il controllo indiretto su altre organizzazioni criminali similari (esistono famiglie mafiose o sezioni delle stesse fuori dalla Sicilia, ed anche all’estero).

La mafia non si è dissolta nel tempo, come qualcuno immaginava, ma anzi, ha accentuato le sue caratteristiche criminali. Le alleanze orizzontali fra uomini d’onore di diverse famiglie e di diverse province hanno favorito, il processo di gerarchizzazione di Cosa Nostra ed, indebolendo la rigida struttura di base, hanno alimentato le mire egemoniche. Nei primi anni ’70, per assicurare un miglior controllo dell’organizzazione, veniva costituito un nuovo organismo verticale: la “commissione” regionale, composta dai capi delle province mafiose siciliane col compito di stabilire regole di condotta e di applicare sanzioni negli affari concernenti Cosa Nostra nel suo complesso.

Ma le fughe in avanti di taluni non erano state inizialmente controllate: esplode nel 1978 una violenta contesa culminata negli anni 1981-1982. Due fazioni opposte si affrontano in uno scontro e in una ferocia senza precedenti che investiva tutte le strutture di Cosa Nostra, causando centinaia di morti. Questo ha determinato un rafforzamento e un rinsaldamento delle strutture, depurate degli elementi più deboli si ricompattava sotto il dominio di un gruppo egemone accentuando al massimo la segretezza ed il verticismo. Il nuovo gruppo dirigente, a dimostrazione della sua potenza,dall’aprile del 1982, ha iniziato ad eliminare chiunque potesse costituire un ostacolo.

Il declino della mafia più volte annunciato non si è verificato, e non è purtroppo nemmeno prevedibile. Non pochi uomini d’onore sono in atto detenuti; ma tuttavia i vertici di Cosa Nostra sono latitanti e non sono sicuramente costretti all’angolo. Le indagini della Polizia giudiziaria hanno perso di intensità e di incisività a fronte di una organizzazione mafiosa sempre più impenetrabile e compatta.

Le tregue sono frequentemente interrotte da assassini, segno che la resa dei conti non è finita, ma soprattutto omicidi dimostrativi che hanno creato notevole allarme sociale:  traffico di droga, riciclaggio di denaro proveniente dal traffico di stupefacenti, estorsioni sistematizzate, intermediazioni parassitarie… questa è la situazione.

La mafia ha un controllo pericoloso del territorio. Il racket, o “pizzo” è un’attività criminale che svolge, volta a ottenere da un operatore economico il pagamento periodico di una certa somma di denaro in cambio dell’offerta di protezione da una serie di intimidazioni che, in realtà è lo stesso proponente a fare. E’ un fenomeno assai diffuso, sommerso e sottovalutato, è considerato un fatto normale, un affare privato delle vittime. Il “pizzo” è la più antica attività della mafia.

Rappresenta la base della sua attività criminale: strumento economico sicuro per mantenere l’organizzazione e per acquisire capitali da reinvestire in altre attività criminali; è il modo più efficace per esercitare il controllo sul territorio.

 E’ rivolto a operatori economici, imprenditori, a chi ha un’azienda che produce reddito. L’estorsore, per essere sicuro della risposta della vittima sia positiva, applica una strategia di mincaccia e di intimidazione che ha il fine di spaventare l’operatore economico. Le minacce sono graduate, a seconda della minore o maggiore resistenza della vittima, e puntano ad impaurirla facendole capire quanto sia insicura e in pericolo. In un secondo momento è lo stesso estorsore a manifestarsi chiaramente per offrire protezione.

Piegarsi alla paura e pagare vuol dire imboccare una strada che può condurre alla perdita della propria libertà, non solo imprenditoriale: cedere significa predisporsi a successivi cedimenti, che con il tempo, possono sconfinare in veri e propri comportamenti illegali.

Libero Grassi, imprenditore di Palermo, fu solo nella lotta contro la mafia, senza alcun appoggio da parte dei colleghi imprenditori: denunciò pubblicamente le richieste di estorsioni collaborando con le autorità nell’individuazione dei malviventi, scrivendo una lettera al al “Giornale di Sicilia” che inizia così …”Caro estorsore, volevo avverire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso, le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponbili a dare contribuiti, e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere”.

Oggi, Libero Grassi è un esempio di vita per tutte le nuove generazioni, per coloro che non si arrendono alle ingiustizie e per coloro che combattono il mostro chiamato Mafia, Camorra, ‘Ndrangheta. Fu ucciso dalla mafia il 29 Agosto 1991.

Il pizzo è un sicuro strumento per acquisire capitali per il mantenimento dell’organizzazione o per reinvestire in altre attività, è necessario per realizzare il controllo del territorio e per instaurare condizioni di omertà. Il pagamento del pizzo, di fatto, equivale al riconoscimento dell’autorità mafiosa e, nel momento in cui il commerciante cede alla minaccia, entra con l’estortore in una relazione di pericolosa subordinazione per sé e per la comunità in cui vive.
Per l’associazione mafiosa il racket è un momento di selezione della classe dirigente mafiosa, il tirocinio criminale per le nuove leve: per scalare le gerarchie criminali non basta uccidere, è necessario saper intimidire, e l’estorsione è l’attività intimidatoria per eccellenza.
Nel corso di questi anni sono maturate significative esperienze nella lotta al racket e all’usura, due fenomeni per i quali, peraltro, la denuncia delle vittime è condizione indispensavbile per ottenere sensibili risultati; senza l’assunzione di responsabilità di chi subisce pizzo e usura, collaborando con l’autorità giudiziaria, con grande difficoltà si può giungere a quella prova che consenta la condanna dei criminali.
E’ un avvenimento recente il rifiuto a sottostare all’imposizione del pizzo, soprattutto nelle forme associative e pubbliche. Se ci sono sempre stati operatori economici che si sono ribellati alla mafia e, spesso, hanno pagato con la vita il loro coraggio, solo con l’esperienza dell’associazione antiracket di Capo d’Orlando, costituita nel 1990, si è sperimentato un modello più incisivo e più sicuro per l’azione di contrasto. Attraverso l’associazione si sottrae l’imprenditore a quella condizione di solitudine e di isolamento che costituisce il punto di maggiore debolezza per la vittima e di maggiore forza per il mafioso. L’esposizione solitaria comporta sempre un rischio altissimo e, non a caso, la rappresaglia ha colpito sempre chi ha denunciato il pizzo in solitudine, da Libero Grassi, Giovanni Panunzio a Gaetano Giordano. Laddove, invece, la vittima è stata coperta dall’attività di un’associazione o la denuncia è stata il risultato di un’esperienza collettiva, si sono sempre conseguiti alti livelli di sicurezza: si può colpire un commerciante e spegnere quella sola voce di rivolta, ma non se ne possono colpire dieci o cento o uno tra questi, perché non si annullerebbe la resistenza degli imprenditori. Sono state inflitte condanne a decine di mafiosi per le decisive testimonianze delle vittime, senza che si siano avuti atti di rappresaglia o d’intimidazione verso chi, attraverso l’associazione,si  è esposto nelle aule di giustizia. Contro le quaranta associazioni antiracket, dopo i processi in cui si sono costituite parte civile, non vi è stato alcun atto di violenza. Si è riusciti finalmente, e non in via teorica, a conciliare la denuncia del racket con la sicurezza delle vittime.

Sono nate moltissime associazioni, per cercare di argire questo grosso mostro, poichè è un problema sociale che coinvolge tutti i cittadini. Non voglio elencarne tante, fare tanti esempi. Oggi, voglio soffermarmi su due di queste:

– Associazione “Addiopizzo”, agendo dal basso si fa portavoce di una rivoluzione “culturale” contro la mafia. Formato da uomini e donne , i ragazzi e le ragazze, i commercianti e i consumatori che si riconoscono nella frase “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. E’ inoltre associazione di volontariato espressamente apartitica e volutamente “monotematica”, il cui campo d’azione specifico, all’interno di un più ampio fronte antimafia, è la lotta al racket delle estorsioni.  Addiopizzo aderisce alla campagna “Contro il pizzo Cambia i Consumi”, e aderiscono tutti quegli esercenti e imprenditori che non pagano il pizzo, e più precisamente:

  • chi, essendo stato vittima di richieste estorsive, si sia rifiutato di pagare;
  • chi, pur avendo pagato in precedenza, abbia deciso di denunciare i propri estorsori alle forze dell’ordine;
  • chi non abbia mai ricevuto richieste estorsive, e si dichiara pronto a opporvisi qualora accadesse.

Esiste una lista ben precisa di tutti i negozi, esercizi e aziende che aderiscono a questa iniziativa. Inoltre, esiste una propria “guida” per i turisti, aderendo a questa iniziativa, acquistando in questi negozi.

Altra associazione, per me molto interessante,  “Fondazione Legalità” (Onlus) ,  si occupa di educare e insegnare alle nuove generazioni i valori fondamentali del rispetto e della legalità, come affermava Paolo Borsellino (Magistrato ucciso dalla Mafia) ” I giovani e la mafia? è un problema di cultura,  non in senso restrittivo e puramente nozionistico, ma come insieme di conoscenze che che contribuiscono alla crescita delle persone. Fra queste conoscenze vi sono quei sentimenti, quelle sensazioni che la cultura crea, e che ci fanno diventare cittadini, apprendendo quelle nozioni che ci aiutano a identificarci nelle istruzioni fondamentali della vita associata a riconoscerci in essa”.

Questa associazione, supporta le scuole offrendo GRATUITAMENTE metodologie, percorsi, materiali per fare educazione alla cittadinanza, alla legalità e alla convivenza civile.

Inoltre, si occupa di Comunicazione Sociale, attraverso diversi progetti, dalla progettazione di manifestazioni, dalla realizzazione di libri, canzoni e video musicali inerenti al tema mafioso, presentazioni di libri, progettazione di film o video ricordo, esempio:

– Officina della Memoria  ( tutela e promozione della memoria immateriale: le vittime della mafia), per ricordare il sacrificio di oltre 300 vittime della mafia che hanno perso la vita per difendere i valori della Costituzione.  E’ una raccolta di 40 video testimonianze da parte dei familiari delle vittime.

L’Officina mette gli attrezzi della memoria a disposizione di scuole e cittadini, associazioni e giornalisti affinchè ognuno di noi trovi risposte da cui ripartire e punti di riferimento nella dignità di quelle persone che sono state uccise, nella tenuta democratica delle istituzioni che i loro familiari hanno garantito con la loro muta richiesta di rispetto, sempre dentro lo Stato, mai contro.

Si può scegliere di essere parte del problema o parte della soluzione.

La nostra generazione ha perso la memoria dei fatti che portarono l’assemblea costituente a porre le condizioni perchè nella nostra Costituzione non si potessero più vietare diritti e libertà.

Altro importante progetto svolto è la realizzazione del film “Io Ricordo”, dove “sono più di 30 i familiari delle vittime di Cosa nostra che mettono a nudo la dignità del proprio dolore e raccontano chi erano le persone che la mafia ha ucciso; nomi spesso sconosciuti ai più o dimenticati da molti; ne parlano in un linguaggio semplice e commovente i genitori, fratelli e sorelle, gli orfani.
Un racconto che nasce dal dolore e che si fa memoria, testimonianza, impegno civile. Perché le loro idee camminino sulle gambe di altri, come nella scena finale. Perché ricordare sia un’arma contro il potere mafioso che vince solo laddove regna il silenzio”.

Il film, ha ricevuto anche una targa dal Presidente della Repubblica Napolitano, “per riconoscerne il valore, dove la parola diventa ricordo, coscienza, impegno, partecipazione lungo la narrazione di un giorno particolare, il 23 maggio del 2002, decimo anniversario della morte di Giovanni Falcone in cui un padre, Gianfranco Jannuzzo, spiega al bambino (Piero La Cara) che quel giorno compie 10 anni, cos’è la mafia, chi era Giovanni Falcone, perché lui ne porta il nome e perché ci sono persone, in Sicilia, che oggi vogliono responsabilmente assumersi l’eredità morale di Paolo, Giovanni, Boris, Cesare, Gaetano, Rocco, Beppe, Ninni, Carlo Alberto, Piersanti, Libero, Rosario….”

“Vorremmo che l’Officina della memoria, insieme a IO RICORDO (film che tratta della Mafia, in memoria di Paolo Borsellino ), facessero indignare i giusti e vergognare gli ingiusti. Come si fa? Con l’unica facoltà che era rimasta ai detenuti dei campi di concentramento (come scriveva Primo Levi): insegnando a negare il proprio consenso”.

Io penso che una campagna sociale come questa, attraverso vari progetti, ma soprattutto interagendo direttamente dall’educazione, sia molto efficace.  Bisogna insegnare una cultura. Bisogna far vedere e far capire la realtà… Chi non ricorda non sa;  chi sa ha il dovere di agire: la neutralità, l’indifferenza, rendono complici: chi accetta le piccole illegalità avalla quelle più grandi. La legalità è la normalità, il semplice rispetto di norme che devono tutelare i diritti e i doveri di tutti. Perché la Storia siamo noi a farla, ogni giorno, con i nostri comportamenti.

“La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”  Paolo Borsellino.

Rita Chelucci

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Questo blog nasce all’interno del corso di Comunicazione sociale della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Sassari. Ora prosegue la sua strada al di là del lavoro universitario. Il blog, interamente gestito dagli studenti e studentesse del corso di Laurea Magistrale in Mediares – Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale, ha come obiettivo quello di riflettere e studiare il mondo della comunicazione analizzandone i contenuti e le forme e proponendo analisi critiche e teoriche su questo variegato mondo.
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