Archivio per maggio 2010

MORIRE PEDALANDO… Le cause del paradosso

Risale a pochi giorni fa la morte dell’ennesimo ciclista italiano: Antonello Arru, 44 anni di Porto Torres; travolto da un’auto mentre andava a lavorare con la sua fedele bicicletta.

E come dimenticare Paride Idda? ..studente sassarese fuorisede, 24 anni, artista, morto a febbraio nella periferia di Bologna. Anche lui travolto da un’auto mentre tornava a casa in bicicletta.

La conseguenza logica del fatto che nel nostro Paese (ai primi posti in Europa per livelli d’inquinamento) non venga effettuata una riorganizzazione generale del traffico e della mobilità all’interno dei centri urbani di medie e grandi dimensioni è proprio questa: in Italia andare in bici è, nella maggior parte dei casi, una pratica “pericolosa”.

L’Italia è il regno incontrastato delle auto.  Nei primi mesi del 2009, l’Istat ha presentato un approfondimento sui trasporti urbani desunto dalla rilevazione “Dati ambientali nelle città” per l’anno 2007.  I dati relativi alla motorizzazione privata fotografano ovunque tassi di presenza automobilistica molto elevati: sono infatti 77 i Comuni capoluogo in cui si calcola un numero di auto per mille abitanti superiore a 600. Risultano ancora insufficienti gli interventi messi in atto dalle amministrazioni pubbliche per fronteggiare gli effetti ambientali e di congestione.

L’incolumità di ciclisti e pedoni, in una realtà simile, è messa a dura prova!

Gli automobilisti, convinti dell’essenzialità del proprio mezzo, sono i primi a rimetterci.

Le sostanze inquinanti presenti nell’aria delle nostre città – respirate soprattutto da chi resta imbottigliato nel traffico – sono:

•Ossido di carbonio (CO), molto nocivo per la salute;
•Anidride solforosa (SO2), responsabile delle piogge acide;
•Ossidi di azoto (NO), nocivi per la salute;
•Benzene(C6H6), molto tossico;
•Ozono(O3), se inalato è nocivo;
•Polveri sottili (PM10), trasportano nei polmoni molte sostanze velenose (per l’uomo le più insidiose).

Pur trovandosi tra i Paesi più inquinati d’Europa, l’Italia non sembra voler adottare provvedimenti sufficienti ad arginare in alcun modo il problema.  Eppure di inquinamento ci si ammala e si muore! Questo, in estrema sintesi, è il risultato del MISA-2, un grande studio pianificato di metanalisi sugli effetti a breve termine degli inquinanti atmosferici rilevati nel periodo compreso tra il1996 e il 2002 in 15 città italiane (9 milioni di abitanti).

Questo studio, coordinato dall’Università di Firenze, Padova e Torino, si affianca ad altri studi europei e statunitensi dei quali condivide la metodologia pervenendo a risultati comparabili.

Nel periodo considerato il PM10 ha provocato circa 900 decessi in più all’anno.  Anche gli inquinanti gassosi (biossido d’azoto NO2 e monossido di carbonio CO) provocano un gran numero di vittime: si sono contati ogni anno circa 2.000 morti in più attribuibili all’NO2 e 1.900 morti attribuibili al CO.   

L’imbottigliamento nel traffico e l’essere costretti al ristretto spazio dell’abitacolo sono anche  origine di stress e violenza. Un automobilista medio passa anni della propria vita al volante di un’auto in mezzo al traffico, di solito da solo, in tensione per lo stress inevitabile, in allerta nei confronti degli altri automobilisti.    Ai danni dell’equilibrio psichico per l’innaturale superlavoro al quale viene sottoposto il sistema nervoso, si sommano i danni fisici agli occhi, all’udito, alla colonna vertebrale, ai tendini e alle articolazioni di ginocchia, gomiti e caviglie.

Tutt’altro per chi va in bici: ci si sente liberi, non vincolati! Si può stabilire dove e come fermarsi senza alcun problema: favorisce, dunque, la socialità in momenti in cui sarebbe impossibile fermarsi al volante di un’auto. Si riesce a percepire tutto l’orizzonte e i dettagli dello spazio che ci circonda; si è più votati alla felicità e al sorriso; ci si tiene in forma attraverso del quotidiano esercizio fisico e si respira aria più pulita.

Se ci si urta, chi ha urtato chiede scusa e riceve, in genere, contemporaneamente, le scuse dell’atro. Ciò che,  succedendo in auto potrebbe anche trasformarsi in una tragedia, in bici diventa addirittura un’occasione per fare nuove conoscenze!

Ma in Italia mancano le piste ciclabili e le zone a traffico limitato; le cause sono sicuramente riconducibili all’ orografia del Paese, all’ambito, al clima, alla mentalità generale, ma è la DOTAZIONE DI INFRASTRUTTURE  il vero fattore discriminante per quanto riguarda l’utilizzo della bicicletta.

Ciò  che più influenza l’utilizzo del mezzo a due ruote è l’offerta di piste ciclabili!

I paesi leader, Paesi Bassi (41.500 km2 di superficie) e Danimarca (43.000 km2), sono dotati rispettivamente di 1.800 e 3.665 km di percorsi ciclabili. Nulla di paragonabile con i 1.200 km di “piste ciclabili” degne di questo nome in un paese di 301.000 km2 come l’Italia.                           Anche in Francia, Paese grande il doppio dell’Italia, le piste scarseggiano (1800 km); migliore la situazione nel Regno Unito (244.000 km2), dove ne sono stati realizzati 8.000 km e ne sono previsti altrettanti e soprattutto in Germania (357.000 km2), dove sono terminati la gran parte dei 35.000 km previsti.

Di oltre 3.000 km sono composte anche le reti ciclabili svizzere ed austriaca. Ma al di la dei dati nudi e crudi, occorre sottolineare come la viabilità protetta nei paesi dell’Europa centro-settentrionale (Germania, Regno Unito, Olanda, Danimarca) superi il 7% della viabilità totale, mentre in Italia non raggiunge nemmeno l’1%. Risultato di contrasti che vedono da una parte una Germania che realizza “piani decennali di mobilità ciclistica”, una Danimarca in cui la bicicletta fa parte di programmi e ricerche per la salute e paesi come l’Austria e la Svizzera che puntano molto sul cicloturismo, e dall’altra paesi come l’Italia dove non si garantisce la realizzazione e la tutela nemmeno delle piste Eurovelo (progetto di piste ciclabili europee a lunga percorrenza approvato e cofinanziato dall’Unione Europea).

Un discorso a parte, che meriterebbe un approfondimento, è quello riguardante la qualità di queste piste ciclabili. In Italia la gran parte di esse, in ambito urbano, altro non sono che corsie delimitate da sole righe che vengono regolarmente invase dagli automobilisti più indisciplinati; in Germania – così come in Olanda e Danimarca – invece, si trovano piste ciclabili urbane sicure, con apposita cartellonistica e, soprattutto, in sede separata rispetto a quella dedicata al traffico veicolare.

Una ricerca IMR su un campione di 500 italiani evidenzia come i fattori che disincentivano maggiormente l’uso della bicicletta in ambito urbano sono: pericolosità delle auto; lentezza; poche ciclabili; troppo smog; ciclabili inagibili.

I 330 km di piste esclusivamente ciclabili e 15 km/h di media a cui si viaggia, spiegano quindi perché il 36% degli abitanti di Copenhagen sceglie la bicicletta come mezzo di trasporto principale; per contro le poche ciclabili che si trovano nelle città italiane, la loro promiscuità e la loro pericolosità giustificano il fatto che meno del 10% degli abitanti di questi centri scelgano la bici per gli spostamenti quotidiani (Ferrara, con il 30%, è una delle poche eccezioni felici).                                                                                                                                 

In ambito extraurbano vediamo ancora l’importanza di fattori quali la pericolosità delle auto e lo smog come potenti disincentivi all’utilizzo della bicicletta; mentre, infatti, anche in aree densamente urbanizzate ed industrializzate come la Ruhr (D) e la Randstad (NL) si trovano ciclabili in sedi a sé stanti e circondate dalla vegetazione, in Italia la gran parte dei percorsi ciclabili extraurbani sono stretti cordoni pavimentati che costeggiano le strade e le attraversano più volte – in questi casi sono molto pericolosi anche i numerosi passi carrai che attraversano la pista – e percorsi dalle grandi potenzialità come le strade arginali del fiume Po (già finanziati dall’UE in quanto previsti nel progetto Eurovelo) non sono chiusi al traffico veicolare e nemmeno controllati dalle forze dell’ordine.

Occorre ribadire che l’Italia è tra i Paesi più inquinati di tutta l’Europa e le sue città sono le più congestionate dal traffico.  Nonostante ciò non viene messa in atto una RIORGANIZZAZIONE GENERALE DELLA MOBILITA’ per fronteggiare lo smog, il caos e gli incidenti, spesso mortali (tra auto; auto e pedoni; auto e ciclisti).

Dobbiamo continuare a permettere che una SANA attività come quella di ANDARE IN BICI continui a dimostrarsi una pratica così pericolosa? …quanti ancora devono morire?

Attraverso la sana abitudine generale di effettuare piccoli spostamenti quotidiani in bicicletta i comuni cittadini possono influenzare “dal basso” gli esiti di politiche amministrative che – non potendo restare indifferenti alle esigenze di base della propria comunità – dovrebbero concretizzarsi al più presto (si spera) con la dotazione di Km di infrastrutture ciclabili.

Cristian Barracu.

Petrolchimico: Odi et amo

Oggi 12 maggio abbiamo appreso una notizia ben diversa da quella che da mesi aspettavamo: Ramco, la compagnia del Qatar unica interessata all’acquisto degli impianti ex Vinyls, ha ufficialmente rinunciato all’accordo con l’Eni.

Ogni parola per descrivere i sentimenti di fronte a questo annuncio è superflua e ininfluente dal momento che un comunicatore non potrebbe avvalersi del privilegio di palesare le proprie emozioni.

Riporto l’attenzione sui fatti, sulla storia del petrolchimico di Porto Torres.

Tutto inizia nel 1959 quando un imprenditore della Brianza, Nino Rovelli, a capo del gruppo Società Italiana Resine, costituisce la Sir (Sarda Industrie Resine). A quel tempo vi era la volontà di insediare nel porto industriale quello che sarebbe diventato uno dei più grandi poli petrolchimici europei, supportata anche dalla vicinanza al porto e all’aeroporto di Fertilia e della possibilità di usufruire dei contributi statali, quali la Cassa del Mezzogiorno, e regionali. Continua a leggere ‘Petrolchimico: Odi et amo’

Per non dimenticare

Un mare di gente

a flutti disordinati

s’è riversato nelle piazze,

nelle strade e nei sobborghi.

È tutto un gran vociare

che gela il sangue,

come uno scricchiolio di ossa rotte.

Non si può volere e pensare

nel frastuono assordante;

nell’odore di calca

c’è aria di festa.

Giuseppe Impastato

Con la legge n. 56 del 4 Maggio 2007, la Repubblica Italiana riconosce il 9 Maggio come il “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno ed internazionale, e della stragi di tale matrice.

La storia del nostro Paese, dal dopoguerra ad oggi, è stata tristemente scandita da eventi terroristico-criminali: dall’eccidio di Portella della Ginestra (Palermo) per mano della banda di Salvatore Giuliano che causò la morte di 11 persone e il ferimento di 27 persone, fino alle stragi mafiose del 1993.

Riporto di seguito l’elenco delle stragi che hanno segnato la storia del nostro Paese:

–        12 Dicembre 1969 – Strage di Piazza Fontana a Milano (16 morti/88 feriti). Purtroppo a distanza di 41 anni non è stata ancora emessa una condanna definitiva. Nel 2005, infatti, sono stati assolti gli ultimi indagati, i neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura, accusati di essere gli esecutori materiali della strage, ma assolti per insufficienza di prove.

–        22 Luglio 1970 – Strage di Gioia Tauro (6 morti), procurata dal deragliamento del treno Palermo-Torino a poche centinaia di metri dalla stazione di Gioia Tauro. Le cause non vennero mai accertate, anche se l’ipotesi più probabile è che si sia trattato di un attentato dinamitardo ad opera dell’ ‘Ndrangheta e del braccio eversivo nero.

–        17 Dicembre 1973 – Strage di Fiumicino a Roma (30 morti/15 feriti), frutto di un attentato terroristico palestinese.

–        24 Maggio 1974 – Strage di Piazza della Loggia a Brescia (8 morti/94 feriti), per mano di gruppi neofascisti che fecero esplodere una bomba mentre era in corso una manifestazione contro il terrorismo neofascista, indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista.

–        4 Agosto 1974 – Strage dell’Italicus presso San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna (12 morti/48 feriti). L’attentato venne rivendicato da Ordine Nuovo, ma i colpevoli della strage non sono mai stati individuati.

–        16 Marzo 1978 – Strage di Via Fani a Roma (5 morti), per mano delle Brigate Rosse che sequestrarono l’onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, ucciso dopo 55 giorni di prigionia, durante i quali venne sottoposto ad un processo politico, oltre ad essere chiesto lo scambio di prigionieri con lo Stato Italiano. Il corpo di Aldo Moro fu ritrovato il 9 Maggio nel cofano di una Renault 4 in Via Caetani a Roma.

–        27 Giugno 1980 – Strage di Ustica (81 morti), disastro aereo nel cielo tra le isole di Ustica e Ponza, quando il DC-9 si squarciò in volo e scomparve in mare.   A distanza di 30 anni di inchieste, molti aspetti del disastro sono ancora poco chiari. Tra le varie ipotesi si pensa all’abbattimento da parte di un missile, ad una collisione con un altro velivolo, ad un cedimento strutturale, o all’esplosione di una bomba a bordo.

–        2 Agosto 1980 – Strage della Stazione di Bologna (85 morti/200 feriti). Esecutori materiali della strage Giuseppe Valerio Fioravante, detto “Giusva”, e la sua compagna Francesca Mambro, che deposero nella sala d’aspetto della stazione una valigia contenente una miscela di esplosivi chiamata Compound B, potenziata da una forte dose di nitroglicerina. I due sono le “primule nere” dell’eversione neofascista italiana, ed hanno alle spalle una serie di efferati omicidi; fanno parte del gruppo armato dei Nar, che ha rapporti con gli ambienti della “mala” della capitale, tanto che uno dei loro camerati, Massimo Carminati, è l’ “armiere” della Banda della Magliana.

–        29 Luglio 1983 – Strage Chinnici a Palermo (4 morti/15 feriti), per mano della mafia. Tra le vittima il magistrato Rocco Chinnici, che venne ucciso con una Fiat 127 imbottita di esplosivo, davanti alla sua abitazione, all’età di 58 anni. Il detonatore che provocò l’esplosione fu azionato dal killer Pino Greco.

–        23 Maggio 1992 – Strage di Capaci (5 morti), attentato mafioso sull’autostrada A29 a danno del magistrato antimafia Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo, e degli agenti della scorta. Il tunnel scavato sotto l’autostrada, nel tratto che collega l’aeroporto di Punta Raisi al capoluogo siciliano, fu riempito di tritolo, circa 500 Kg. Ad oggi sono conosciuti soltanto i nomi degli esecutori materiali della strage.

–        19 Luglio 1992 – Strage di Via D’Amelio a Palermo (6 morti), attentato mafioso nel quale persero la vita il magistrato antimafia Paolo Borsellino e la sua scorta.

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Green washing e colonizzazione nell’era del fast food

Anche McDonald’s entra nel circuito del green washing.

La catena di fast food più famosa al mondo e più bersagliata dalla critica per la qualità dei suoi pasti e lo sfruttamento delle risorse ambientali, ha visto probabilmente un declino di popolarità e ha deciso di ripulirsi l’immagine. In che modo?Tingendosi di..verde ovviamente!

Certo non basta cambiare il logo per potersi dire ecologici, ma in fatto di marketing la multinazionale sa il fatto suo. La catena McDonald’s sta riuscendo a sfruttare a proprio vantaggio una crisi mondiale per risollevare le sorti economiche della propria azienda. Di fatto, il 14 luglio 2009 è stato aperto in Nord Carolina, a Cary, il primo fast food “green”, dotato di torrette per ricaricare auto elettriche, un design d’interni che permette di illuminare il “ristorante” con luce solare, e di materiali ecologici e riciclati come il bamboo ecc.

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La terapia del sorriso

“Una risata può avere lo stesso effetto di un antidolorifico:
entrambi agiscono sul sistema nervoso
anestetizzando e convincendo il paziente
che il dolore non ci sia”
(Patch Adams)

La clownterapia – detta anche comicoterapia – prevede l’applicazione di un insieme di tecniche derivate dal circo e dal teatro di strada in contesti di disagio sociale e/o fisico, quali ospedali, case di riposo, case famiglia, orfanotrofi, centri diurni e di accoglienza, ecc.

La clownterapia “ante litteram” veniva applicata già nel Seicento dal sacerdote italiano Angelo Paoli, che amava truccarsi e travestirsi da buffone per far sorridere i malati. L’origine della clownterapia moderna, invece, si deve al dottor Hunter Patch Adams che formulò la nuova teoria sulla felicità rifacendosi all’esperienza negativa che egli stesso aveva vissuto quando ancora era un adolescente, che lo aveva quasi condotto al suicidio. Patch Adams,  iniziò a visitare i pazienti travestito da clown, e successivamente riuscì ad aprire una casa-ospedale – il Gensundheit Institute – nelle montagne del West Virginia, dove iniziò a curare i pazienti con terapie alternative a quelle tradizionali.

I primi dottori clown debuttarono nel 1986 negli Usa, a New York, con l’Associazione Clown Care Unit, grazie al famoso clown del Big Apple Circus, Michael Christensen. Nel 1991, sulla base del modello americano, in Francia nasce Le Rire Medecin. Da allora la clownterapia si è diffusa in molte altre nazioni – Francia, Olanda, Svezia, Gran Bretagna, Germania, Israele, Nuova Zelanda e Sudafrica – sino ad approdare in Italia.

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La Pluralità Europea: la Dichiarazione Schuman sessant’anni dopo

Oggi, 9 maggio, si festeggia un anniversario importante. Non parlo della commerciale “Festa della mamma” ma della “Giornata dell’Europa” che quest’anno assume un significato ancora più rilevante dal momento che ricorre anche il 60° anniversario della Dichiarazione Schuman.

Immagino già le domande che vi state ponendo: “cos’è la giornata dell’Europa?”, “Schuman chi?” pronti a chiudere la pagina per dedicarvi ai cioccolatini da regalare a vostra madre visto che, almeno oggi, merita la vostra attenzione.

Se avrete pazienza, ma soprattutto un pizzico di curiosità, troverete tutte le informazioni che cercate, almeno per sentirvi meno ignoranti quando trasmetteranno qualche servizio a riguardo sui tg nazionali.

Perché oggi si festeggia la Giornata dell’Europa?

Il 9 maggio 1950 Robert Schuman presentava un piano in cui si proponeva un’organizzazione europea basata sulla pacifica convivenza degli stati che ne facevano parte.

Questo rappresenta l’atto di nascita dell’Unione Europea così come la conosciamo oggi. La proposta, conosciuta come Dichiarazione Schuman, ha posto le basi per la creazione della Ceca, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, creata nel 1951 dallo stesso Schuman e da Jean Monnet per regolamentare e controllare  la produzione delle due materie prime da parte dei sei paesi che all’epoca facevano parte dell’Europa a sei: Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi.

Perché la Dichiarazione Schuman è importante?

Perché 60 anni fa l’allora ministro degli esteri francese pronunciava il primo discorso politico contenente il concetto di Europa a livello economico, e congiuntamente politico, ponendo il primo tassello verso la creazione di una vera unione tra i paesi europei mai realizzata fino a quel momento.

Nonostante siano passati 60 anni dal piano presentato da Schuman restano interrogativi ancora aperti e il recente caso della crisi greca aumenta i dubbi circa questa possibilità di un’unione federale tra i paesi membri.

Oggi l’Unione Europea è composta da 27 stati e per arrivare fin qui il cammino è stato lungo, in armonia con la concezione di una “Europa a piccoli passi” che si riferisce al lento e graduale cammino di integrazione.

La Dichiarazione Schuman è uno dei simboli che caratterizzano l’Ue insieme alla bandiera con le dodici stelle dorate su sfondo blu, all’Inno, tratto dalla Nona sinfonia di Beethoven, e all’Euro, la moneta al centro di accesi dibattiti in questi giorni.

In realtà ci sarebbe anche una Costituzione Europea presentata nel 2004 a Roma e mai entrata in vigore in seguito alla risposta negativa dei referendum per la sua aetifica in Francia e Paesi Bassi.

Un’Europa quindi mai totalmente unita e che fa fatica a decollare.

Pensiamo alla moneta unica, l’Euro, oggi adottata solo da 16 stati su 27, mentre i restanti 11 mantengono le proprie valute nazionali seppur per differenti motivi.

Come detto sopra l’Euro è protagonista delle cronache per i recenti scontri in Grecia, paese stremato dalla crisi e ormai al collasso. In molti propongono che questo Stato abbandoni la moneta europea e ritorni alla precedente valuta ma questo non sarebbe permesso dal Trattato dell’Ue.

La domanda che dovremmo farci allora è:

siamo davvero pronti per un’unità europea?

Suona strano farsi questa domanda proprio ora, a 60° dalla sua nascita, ma è anche vero che la stragrande maggioranza dei  cosiddetti “europei” non sa cosa comporti far parte dell’Ue e magari ignora di essere, oltre che cittadino del proprio paese natio,  cittadino europeo.

Ciò è dovuto principalmente alla scarsa informazione sull’argomento che inizia da un mancato insegnamento nelle scuole primarie e secondarie. Neppure l’Università è esente da questa critica visto che la disciplina del Diritto dell’Unione Europea viene impartita nelle Facoltà di Giurisprudenza ed in altri ristretti corsi di Laurea.

Lo slogan scelto per la Giornata Europea di quest’anno è “Europa, il mio cocktail preferito. Persone. Luoghi. Culture”.

Un’Europa consapevole delle proprie differenze ma i suoi Stati membri non sono del tutto pronti a fare un passo indietro e lasciar da parte i propri interessi personali ed aprire la strada verso un’Europa davvero unita.

In varietate concordia“, “Uniti nella diversità” è il suo motto e ci auspichiamo che si arrivi davvero a quest’obiettivo, un giorno.

Valentina Sidore

La crisi ci investe e il governo ci manda alle Terme

La crisi economica, dopo aver colpito i grandi colossi finanziari, ha picchiato duro sulle famiglie italiane, in particolar modo sulla propensione al risparmio e sui redditi. Secondo l’Istat – Istituto Nazionale di Statistica – da un’indagine effettuata relativa al secondo trimestre di quest’anno, il reddito lordo disponibile degli italiani è sceso dell’1% rispetto al trimestre precedente, per cui circa il 28,4% delle famiglie italiane non sarebbe in grado di affrontare una spesa imprevista di 600 euro.

Il calo corrisponde ad una discesa del reddito pari a ben 11 miliardi di euro, causa di ripercussioni sugli acquisti delle famiglie e sulla loro capacità di spesa. Confrontando i dati sulla povertà in Europa, l’Italia si colloca all’ottavo posto in classifica, tra Austria e Regno Unito.

Sempre secondo i dati Istat, in Italia il 38,7% delle famiglie avrebbe il desiderio di fare una settimana di ferie l’anno, ma non può permetterselo,  così come il 7,3% della famiglie italiane non può permettersi l’acquisto di un pc, e il 3,8% l’acquisto di un’auto. Se si prosegue con le statistiche, ci si rende conto che, per quanto riguarda le spese “comuni”, il 6,2% delle famiglie non può permettersi un pasto adeguato di carne e pesce almeno una volta ogni due giorni, il 9,4% è in arretrato con il pagamento delle bollette, e il 2,2% in arretrato con il rimborso di prestiti da banche e/o finanziarie.

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Questo blog nasce all’interno del corso di Comunicazione sociale della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Sassari. Ora prosegue la sua strada al di là del lavoro universitario. Il blog, interamente gestito dagli studenti e studentesse del corso di Laurea Magistrale in Mediares – Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale, ha come obiettivo quello di riflettere e studiare il mondo della comunicazione analizzandone i contenuti e le forme e proponendo analisi critiche e teoriche su questo variegato mondo.
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