Petrolchimico: Odi et amo

Oggi 12 maggio abbiamo appreso una notizia ben diversa da quella che da mesi aspettavamo: Ramco, la compagnia del Qatar unica interessata all’acquisto degli impianti ex Vinyls, ha ufficialmente rinunciato all’accordo con l’Eni.

Ogni parola per descrivere i sentimenti di fronte a questo annuncio è superflua e ininfluente dal momento che un comunicatore non potrebbe avvalersi del privilegio di palesare le proprie emozioni.

Riporto l’attenzione sui fatti, sulla storia del petrolchimico di Porto Torres.

Tutto inizia nel 1959 quando un imprenditore della Brianza, Nino Rovelli, a capo del gruppo Società Italiana Resine, costituisce la Sir (Sarda Industrie Resine). A quel tempo vi era la volontà di insediare nel porto industriale quello che sarebbe diventato uno dei più grandi poli petrolchimici europei, supportata anche dalla vicinanza al porto e all’aeroporto di Fertilia e della possibilità di usufruire dei contributi statali, quali la Cassa del Mezzogiorno, e regionali.

Dieci anni dopo Porto Torres divenne uno dei poli industriali più importanti per la produzione di materie plastiche, come pvc, polistirolo e polietilene.

Secondo i dati Istat, nel 1951 la popolazione di Porto Torres era pari a 9.118 persone e in seguito è cresciuta a ritmo esponenziale fino ad arrivare a circa 20.000 trent’anni dopo.

L’industria ha portato benessere e crescita non solo dal punto di vista demografico ma anche economico. Nel 1971 il centro petrolchimico produceva un fatturato di 171 miliardi di lire.

Questi sono i dati e non si possono contestare.

Ora, nel 2010, vedo una città divisa tra i sostenitori della lotta operaia nell’occupazione pacifica dell’ex carcere nell’Isola dell’Asinara e coloro che invece auspicano la chiusura degli impianti per avviare le bonifiche e puntare tutto sullo sviluppo turistico.

Si tratta di un’ipotesi desiderabile e sfido chiunque a porsi a sfavore di queste proposte.

Proposte, è questa la parola fondamentale. Finora si parla per supposizioni e ideali che come ben sappiamo non sempre fanno girare il mondo e, soprattutto, non portano il pane in tavola.

Guardo in televisione le facce di questi operai che ho avuto l’onore di conoscere. Chi vi scrive non aveva, fino a due mesi fa, nessun tipo di contatto con queste persone: nessun parente, nessun amico tra i cassintegrati dell’Isola e della Torre Aragonese.

Quel 24 febbraio la mia curiosità di giovane comunicatrice mi ha fatto aprire gli occhi su quanto succedeva non lontano da casa mia, una situazione che già ben conoscevo visto che gli operai manifestano costantemente da più di un anno per mantenersi stretto il posto di lavoro.

Una lotta pacifica, ma ci pensate? Era dai tempi di Gandhi che non si faceva nulla di simile e ormai nel ventunesimo secolo forse si pensava che una cosa del genere non sarebbe più stata possibile.

Non si tratta di esperti di comunicazione, marketing o astuti manager: un gruppo di operai si sono inventati quest’Isola dei Cassintegrati. A prima vista può far ridere ma leggendo uno degli ultimi articoli a riguardo su La Repubblica si ritorna seri: L’isola dei Cassintegrati  su Annozero ha avuto più ascolti rispetto alla diretta, nella stessa fascia oraria, dell’isola venturiana.

Anche questi dati parlano chiaro eppure c’è qualcuno che ancora va contro questa iniziativa bollando gli operai come “egoisti” in quanto si disinteresserebbero dei problemi ambientali arrecati dalla “loro” fabbrica.

Che Porto Torres abbia subito l’inquinamento da parte del petrolchimico non si può certo negarlo ma chi, negli anni Sessanta, si poneva questo problema?

Il passato pesa su questa città ma è giusto anche guardare al presente. Ora gli impianti sono dotati di condizioni di sicurezza maggiori rispetto agli anni passati e si adotta tutta una serie di misure per diminuire l’inquinamento idrico e atmosferico.

Ci sono cose che non si sanno o è più facile far finta di non sapere.

Si può rilanciare una città facendo leva sul turismo così dal nulla? Abbiamo a disposizione finanziamenti tali che ce lo permettano?

Prima di arrivare al porto, di ritorno sul traghetto dall’Asinara, si vede uno squarcio della zona industriale.
Odi et amo, così potrebbe essere descritto il suo rapporto con Porto Torres. Dobbiamo tanto a quel polo industriale ma dopo sessant’anni dalla sua nascita abbiamo già dimenticato. Ma i nostri avi non dimenticano di aver abbandonato le campagne costate anni di fatica, di schiene piegate, di umidità e di paghe poco remunerative per un impiego in fabbrica che ha portato benessere a tutte le famiglie portotorresi.

Mio nonno era uno di quelli e se fosse qui per parlare di quanto sta accadendo credo proprio che sarebbe molto arrabbiato con questi suoi concittadini ingrati.

Io sto con gli operai non perché se la fabbrica chiudesse la mia vita cambierebbe. Sto con i “Cassintegrati” perché sono persone e come tali dovremmo provare, come per tutti quelli della nostra stessa specie, un poco di umana pietas nei loro confronti.

Oggi abbiamo ricevuto l’ultima notizia che avremmo voluto conoscere. Oggi siamo più divisi che mai.

Spero in un domani migliore con uno sguardo al passato per capire che se siamo qui è anche per merito di chi ci ha preceduto e siamo in debito con il petrolchimico che tanto critichiamo.

Valentina Sidore

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Questo blog nasce all’interno del corso di Comunicazione sociale della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Sassari. Ora prosegue la sua strada al di là del lavoro universitario. Il blog, interamente gestito dagli studenti e studentesse del corso di Laurea Magistrale in Mediares – Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale, ha come obiettivo quello di riflettere e studiare il mondo della comunicazione analizzandone i contenuti e le forme e proponendo analisi critiche e teoriche su questo variegato mondo.
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