Pericolo anoressia. Quando la malattia diventa una moda.

Non è di certo una novità che negli ultimi anni i fenomeni dell’anoressia e della bulimia sono diventati qualcosa di onnipresente nella società occidentale. Partendo dalla televisione, dal cinema, dalle passerelle per arrivare fino alla nostra vita quotidiana, il modello da “seguire” e “imitare” sembra essere sempre lo stesso: “magro è bello”. Una cosa spaventa però in modo particolare: il fatto che questa “patologia”, perché di questo si tratta, di una vera e propria malattia, non desti scalpore a sufficienza, anzi, salti agli onori delle cronache solo quando muore una modella anoressica e poi, di nuovo giù nel dimenticatoio. Questo sta a significare che nella società odierna è ancora ben radicato il pensiero, errato quanto diffuso, che anoressia e bulimia sono disturbi poco comuni e che si possono curare semplicemente mangiando o smettendo di rimettere, ecco, non è così.

Cominciamo col guardare i dati sconcertanti delle persone affette da questa gravissima malattia. Secondo le ultime stime, in Italia ne soffrono ben tre milioni di persone e ogni anno i malati crescono del 3%. Nel 20-30% dei casi la patologia diventa cronica. Nell’85% dei casi, si tratta di donne adulte, anche oltre i 50 anni, adolescenti e bambine, mentre è in preoccupante aumento il numero di uomini che si ammalano, sia adolescenti, ma anche di mezz’età. Inoltre, cosa ancor più drammatica, è che solo il 2% dei giovani ammalati di bulimia e anoressia viene alla luce, ma si calcola che ne soffrano segretamente un adolescente su quattro. Infine ben quattro ragazzi su dieci non sono soddisfatti della propria forma fisica. Infatti, il rapporto con il cibo è oggi uno dei principali sintomi di disagio per gli adolescenti. La colpa è soprattutto del contesto sociale, dove al corpo è riservata una grandissima attenzione, e al contesto familiare, in cui spesso sono i disordini psicologici e alimentari dei genitori a ricadere sui figli. Infatti, è assodato che il sovrappeso e l’obesità dei genitori influiscano, nella maggior parte dei casi, sulle condotte alimentari dei figli, cosi come le eccessive preoccupazioni sul peso e la forma fisica, portano alla nascita di disturbi alimentari in famiglia. Così si scopre che su cento nuovi casi, il 20% è rappresentato da figlie di madri anoressiche e bulimiche.

Oltre a ciò, ci sono poi i sempre sbagliati modelli televisivi, che propongono ragazze e show girl magrissime, basti guardare in questi giorni il reality show “L’isola dei famosi”, facilmente ribattezzabile come “L’isola degli scheletri”, visto la magrezza insana delle concorrenti, quasi a far sembrare il format una campagna pro-anoressia. E riguardo a questo tema oggi le cose si complicano a causa delle Rete. Infatti, sul web nascono come funghi siti e blog in cui adolescenti e non, si scambiano informazioni sia per nascondere il proprio disagio agli occhi degli altri, sia per raggiungere nuovi e pericolosissimi stadi di anoressia e bulimia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questi siti, se ne contano a migliaia, non solo supportano questo male, ma spingono i giovani alla competizione sulla loro forma fisica. Così, drammaticamente, si trovano navigando sul web siti e blog “pro-ana” (come l’italiano “proxanaperfection.blogspot.com” o “proanapersempre.blogspot.com”), in cui “ana” altro non è che la personificazione dell’anoressia nervosa, un nome usato in gergo per riferirsi alla malattia come un’amica molto cara, da difendere se attaccata dagli estranei, perche modello di bellezza perfetto. Il fenomeno è estremamente esteso negli USA dove Rebecka Peebles della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, ha monitorato 180 blog pro-ana, di facile accesso a chiunque si colleghi ad internet, di cui il 24% è stato bollato come pericolosissimo per le giovani lettrici in cerca di una risposta ai loro piccoli problemi di peso dovuti all’età.

Dei siti pro-ana l’85% pubblica foto e video di donne scheletriche a cui ispirarsi, le chiamano “thinspiration”, l’80% è dotato di contatori di calorie e l’83% dà pericolosi consigli su come dimagrire velocemente, su come avere il completo controllo del proprio peso per scendere sotto la soglia dei 45 chili. Spesso insegnano a vomitare senza emettere suoni, consigliano lassativi e diuretici, esortano a rifiutare il cibo e ammirano chi lo fa, insultano chi gli fa notare che anoressia e bulimia sono malattie che possono portare alla morte. Il mensile “Vogue Italia” ha recentemente lanciato una raccolta firme allo scopo di presentare un progetto di legge per combattere questi siti e portarli alla chiusura definitiva, sottoscrivibile all’indirizzo www.vogue.it/magazine/petizione-contro-i-siti-pro-anoressia. La direttrice Franca Sozzani dichiara che “Vogue Italia, il giornale per antonomasia che si occupa e promuove l’estetica, il visuale e il bello, ha deciso di utilizzare la sua autorità e il suo bacino di utenza sul web (oltre 1 milione di utenti unici al mese), per battersi per combattere l’anoressia e raccogliere le firme con l’obiettivo finale di far chiudere questi siti. La moda è sempre stata incolpata di essere una delle cause principali e questo impegno è invece la dimostrazione che la moda si mette in gioco in prima linea per combattere l’anoressia”. Spesso però questi blog sono urla di aiuto di giovani ragazze che cercano nella magrezza estrema la perfezione, così come paradossalmente impongono proprio passerelle, mass media e riviste di moda come Vogue.

 

Contro anoressia, bulimia e disturbi alimentari si batte in Italia l’ABA (Associazione Bulimia Anoressia), fondata nel 1990 da Fabiola De Clercq, oggi una delle realtà più affidabili per il trattamento delle persone che hanno capito di avere bisogno d’aiuto.

La nuova campagna dell’associazione, uscita nel 2010 e curata a titolo gratuito da Ogilvy Italia, mostra piatti di cibo alternati a vari w.c. in un continuum che, grazie alla musica in rapida ascesa, si fa sempre più veloce e drammatico, fino allo stop della voce fuori campo, che afferma, “L’anoressia e la bulimia non sono malattie infinite. Cambia vita. Chiama ABA.” Lo spot, che ha come target di riferimento proprio le ragazze affette dalla malattia, è poco incisivo e non usa un linguaggio forte o scioccante che, in questo caso, sarebbe utile per allertare e informare sui drammi e i pericoli di patologie gravi e sottovalutate come queste.

Lo spot invece dedicato alle radio nazionali è più incisivo del precedente, nonostante pecchi ancora di scarsa profondità. Se non altro è pronunciato per intero il numero di telefono dell’associazione, cosa che nello spot TV non è fatto, e questa è una grande mancanza soprattutto per i non vedenti. Le immagini che appaiono sono i manifesti che l’ABA e il Comune di Milano hanno affisso per tutta la città a ottobre 2010, in occasione del ventesimo compleanno dell’associazione. La campagna, atta a sensibilizzare i cittadini verso un tema ancora poco sentito e in costante aumento, presenta tre giovani ragazze in salute che mostrano due dita a “V” in segno di vittoria, mentre lo slogan recita “Io non le uso più per vomitare” alludendo alla bulimia, mentre le didascalie riferiscono il nome delle ragazze, il loro disturbo alimentare e l’anno in cui hanno chiamato l’ABA, dimostrando quindi che da anoressia e bulimia si può guarire. Non si spiega però perché i manifesti siano stati affissi solo a Milano e non in tutte le città italiane.

Sempre a Milano nel 2009, alla vigilia della settimana della moda è uscita la campagna “100% Natural, 100% Fashion, 100% Salute” patrocinata da ABA, dall’Assessorato alla Salute, dall’ASSEM (Associazione Servizi Moda) e Lancia, marchio protagonista alla settimana della moda milanese. Otto modelle posano per dimostrare che si può essere belle e in salute senza rinunciare al cibo, anche con qualche rotondità e chilo in più. La campagna si basa sulla necessità che sulle passerelle di tutto il mondo sfilino ragazze “in salute” e non scheletri o appendiabiti che camminano, perché deve essere la moda, prima di tutti, a dare il buon esempio. Per ora tuttavia, niente di tutto ciò è successo poiché le modelle sono magrissime, al limite dell’anoressia, come denuncia la stessa ABA.

In Italia, com’è noto, il linguaggio scioccante non è ben accetto. Solo una campagna ha destato lo scalpore che l’argomento anoressia merita, ed è quella del famosissimo fotografo Oliviero Toscani per la casa di moda “Nolita” (Flas&Partners).

L’immagine ha capeggiato nel 2007 nelle città italiane in gigantografie di 3 metri per 6 e ancora oggi fa discutere, sia per la sua impressionante e sconcertante crudezza, sia per le accuse mosse a Toscani, di aver prodotto una campagna del genere solo per una ricaduta d’immagine su se stesso. Le motivazione invero, qua interessano poco, sta di fatto che i manifesti che mostravano il corpo nudo della modella Isabelle Caro, di 31 chili, con piedi e mani enormi su un corpo devastato, fatto solo di ossa e la pelle chiazzata dalle psoriasi, accompagnata dallo slogan, semplice ma efficace, “No Anorexia”, hanno davvero mosso le coscienze di milioni di persone. La stessa Luisa Bertoncello, amministratore delegato di Flas&Partners, ha dichiarato di esser rimasta scioccata di fronte alla “crudezza e alla verità che la foto comunica”, mentre Toscani afferma che “sia la moda, sia i mass media, TV in testa, hanno grandi responsabilità verso il problema dell’anoressia, proponendo modelli di successo innaturali e assurdi”. A chi lo accusa invece per la crudezza dell’immagine replica che “è paradossale come le persone si sconvolgano davanti ad un’immagine e non di fronte alla realtà”.

Per quanto riguarda gli spot esteri invece, il problema della’anoressia e della bulimia è trattato in maniera molto più drammatica e scioccante, perché si vuole davvero comunicare il disagio e il pericolo di queste patologie. Così nascono spot, come quelli promossi dell’associazione svedese “Anorexi Bulimi Kontakt”, diventati spot virali per la grande incidenza che hanno avuto, soprattutto sui social network come Facebook.

Lo spot mette a fuoco il problema anoressia partendo dal fatto che le persone affette da queste gravi patologie non si rendono conto del loro dramma e continuano a perseverare in digiuni sfiancanti o rigettando ogni sorta di cibo. Il linguaggio comunicativo è forte e deciso, sicuramente molto più efficace delle campagne ABA, che utilizzano comunque ragazze magre e belle, spesso modelle, lontane dal quotidiano e che non incitano di certo a dichiarare di avere un problema.

Molto duri sono anche quelli della “Looking Glass Foundation”, un’associazione canadese, formata da genitori e amici di persone che hanno sofferto di disturbi alimentari. Anche qui il tema è lo specchio, che, per chi non è malato di anoressia e bulimia, riflette la propria immagine reale, mentre, per coloro che ne soffrono, è un promemoria quotidiano di un mondo dal quale essi vogliono sottrarsi, un mondo nel quale sono intrappolati a causa di una patologia che controlla ogni aspetto della loro vita e nel frattempo li consuma e li logora, devastando mente e corpo. La didascalia finale recita: “not every suicide note looks like a suicide note”ossia che non tutti gli atti di suicidio appaiono come dichiarazioni di suicidio, per cui annotare minuziosamente ogni cambio di peso, programmare pranzi e cene o peggio saltarli, contare meticolosamente le calorie assunte e cercare di perderle prima che esse vengano assimilate, nonostante questi possano apparire gesti insignificanti sono gravi sintomi di un disagio che il più delle volte il malato non vede.

Questi spot sono molto più efficaci di quelli nostrani perché presentano il problema nudo e crudo, proprio come nel 2007 ha fatto Oliviero Toscani. Comunque la soluzione ai disturbi alimentari non è facile, né tantomeno a portata di mano, vista la società in cui viviamo, in cui il modello imposto è tuttora quello della magrezza androgina e visto il moltiplicarsi di ragazze e ragazzi che credono che anoressia e magrezza siano l’unico modo per essere apprezzati, di successo e attraenti. Una delle soluzioni sarebbe la promozione consapevole e globale di un canone estetico in cui la salute sia parte integrante della bellezza. Sicuramente sarebbe d’aiuto applicare, a tutti i paesi occidentali, una legge che vieti alle agenzie di moda di assumere ragazze troppo magre, così come ha fatto lo Stato d’Israele. Oppure, seguire la scia del fotografo Adi Barkan, che ha deciso di non fotografare modelle con un indice di massa corporea inferiore a 19, quindi anoressiche. Infatti, il rapporto tra peso e altezza al quadrato deve stare tra il 18,7 e il 25, al di sotto di questa soglia è anoressia.

Isabelle Caro

Nel mondo si contano centinaia di casi di morte dovuti ai disturbi alimentari, molti passano in sordina, molti destano scalpore, tra questi la morte della modella di Toscani, Isabelle Caro, 28 anni, avvenuta il 17 novembre 2010, in seguito al ricovero all’ospedale francese di Bichat per una grave disidratazione. Il 20 gennaio 2011 si suicida Marie Caro, madre di Isabelle, la donna non riusciva più a vivere per il senso di colpa di non aver potuto aiutare la figlia che dall’età di 13 anni soffriva di anoressia. Paradossale è anche sentire di ragazze morte per anoressia che arrivano da paesi dove una buona parte della popolazione muore letteralmente di fame e vorrebbe del cibo, come il Brasile, dove nel 2007 sono morte due ragazze, una di 14 anni, Maiara Galvao Vieira, arrivata a

Ana Carolina Reston e Luisel Ramos

pesare 38 chili per il sogno di fare la modella, e Beatriz Ferraz, insegnante d’inglese di 23 anni ossessionata dal controllo del peso e morta alla soglia dei 27 chili. Sempre brasiliana era la modella Ana Carolina Reston, 21 anni, 1,74 cm per 40 kg, o l’israeliana Hila Elmalich, morta quando è arrivata a pesare 30 chili, o la ventiduenne uruguaiana Luisel Ramos, stroncata da  un arresto cardio-circolatorio durante un cambio d’abito nei giorni della settimana della moda di Montevideo, il suo indice di massa corporea era di 13,5.

Alice Secchi

5 Responses to “Pericolo anoressia. Quando la malattia diventa una moda.”


  1. 1 nuvoletta 02/08/2011 alle 19:11

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Questo blog nasce all’interno del corso di Comunicazione sociale della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Sassari. Ora prosegue la sua strada al di là del lavoro universitario. Il blog, interamente gestito dagli studenti e studentesse del corso di Laurea Magistrale in Mediares – Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale, ha come obiettivo quello di riflettere e studiare il mondo della comunicazione analizzandone i contenuti e le forme e proponendo analisi critiche e teoriche su questo variegato mondo.
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