Il lavoro è VM (vietato ai minori)…Oppure no?

“Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite”.

Queste parole, poetiche e politiche, furono pronunciate da una bambino lavoratore nel 1994 a Stoccolma, in occasione della conferenza organizzata dal Fronte di Liberazione dal Lavoro Schiavizzato (BLLF in inglese). Quel bambino era Iqbal Masih. Il volto invecchiato e le mani consumate, i suoi 10 anni perduti tra sudore e malnutrizione. Solo un anno dopo sarebbe stato assassinato dalla mafia dei tappeti, mentre tornava a casa in bicicletta.

Il suo coraggio scosse l’opinione pubblica e riuscì a salvare 3 mila bambini da un destino nefasto, costringendo il governo pakistano a chiudere decine di fabbriche tessili.

Ma quanto è servito ad oggi il sacrificio di Iqbal?

Secondo le statistiche Unicef, nel mondo ci sono circa 250 milioni di bambini lavoratori tra i 5 e i 14 anni. Il 61% è concentrato in Asia, il 32% in Africa, il 7% in America latina.

Nel 2010 Save The Children lancia l’allarme sul lavoro infantile in Italia, un fenomeno sempre in crescita, proporzionale all’aumento del livello di povertà nel nostro Paese e che, secondo le ultime stime, coinvolge 500 mila bambini sotto i 15 anni, principalmente impiegati nel Meridione e nelle Isole.

Sappiamo che nei Paesi in via di sviluppo sono spesso i genitori a vendere i propri figli come manodopera, senza orari e senza diritti, a causa del disagio e delle condizioni di estrema indigenza in cui vivono. Il padrone gestisce le loro vite come qualsiasi altro bene finalizzato al guadagno. Punizioni e vessazioni per i disobbedienti.

Le loro piccole mani sono particolarmente adatte a lavori di rifinitura e minuzia, così trovano spazio nelle industrie della seta, del cuoio, addirittura nelle cave di pietra, come accade in Mongolia, in cui per ore sgretolano i minerali inalando mercurio, utilizzato per la fusione, e polveri sottili, che causano avvelenamenti e malattie polmonari nel 30% dei casi.

L’Unicef da anni è impegnata nella difesa dei diritti dei bambini, anche attraverso numerose campagne di sensibilizzazione e di fundraising.


In questo spot olandese del 2007, un bambino di classe medio-alta svolge una serie di mansioni domestiche, mentre in sovraimpressione scorrono i dati relativi allo sfruttamento del lavoro minorile nel mondo, e, a cesura del video, lo slogan “Dai una possibilità ai bambini”, accompagnato dal rimando al sito dell’organizzazione. In sottofondo “In this world” di Moby. Lo strumento utilizzato è il paradosso e la sua funzione destabilizzante, tuttavia è eccessivamente edulcorato, come spesso accade negli spot con protagonisti dei bambini occidentali.

Il secondo è invece un docu-video, girato nelle Filippine e diviso in 3 episodi, in cui si alternano il takatak boy (il venditore di accendini), la sampaguita girl (la venditrice di collane floreali), e infine il trisikel driver (il guidatore di tricicli). Si tratta di bambini ripresi mentre lavorano per la strada e assistono malinconici ai giochi dei coetanei. La sequenza finale li riunisce in tre inquadrature parallele, mentre appare la scritta “Un gioco da ragazzi…Nell’orario di lavoro”.

Nel 2007 sono stati diffusi in rete, sempre promossi dall’Unicef, 40 corti d’animazione, ognuno dei quali dedicato ad una tematica diversa legata all’infanzia rubata. Per il Nepal è stato girato questo video:

L’intento è quello di utilizzare un mezzo semplice e simbolico, il cartone, per la promozione del messaggio “Proteggi i bambini dal lavoro che interferisce con la loro educazione”. Ma in tal caso lo strumento, tipicamente infantile, contrasta con il fine, la lotta allo sfruttamento minorile, il cui target è esplicitamente adulto, come viene espresso dall’imperativo dello slogan.

Infine propongo due manifesti esemplificativi della campagna del 2006.

Il marchio del jeans e della scarpa sportiva è costituito da un bambino intento a cucire proprio quei capi di abbigliamento. Della stessa campagna fa parte l’immagine di un piccolo lavoratore con una catena alla caviglia e il brand Nike, questa volta chiamato in causa senza ambiguità o mezzi termini, inciso sulla pelle. La denuncia è forte e diretta, Just don’t do it. Chiunque acquisti calzature o indumenti, prodotti sottocosto, in fabbriche che sfruttano la manodopera infantile, ne è complice.

“Stop Child Labour” è una campagna promossa dal network europeo Alliance2015 con il sostegno della Commissione Europea. Nel prossimo filmato vediamo un bambino che cerca invano di assistere dall’esterno ad una lezione di matematica, ma il muro è troppo alto e non vi può vedere oltre. La metafora viene ripresa nel messaggio finale. Delicato e grave allo stesso tempo.

Nel seguente manifesto è raffigurato un bambino, mostrato di spalle, che trasporta due pesanti secchi d’acqua. Lo slogan gioca con i versi di una nursery rhyme (filastrocca) molto nota. In questo caso, con la loro potenza evocativa, le parole si materializzano in uno squarcio di realtà.

Nel 2008 Mtv Italia manda in onda una serie di spot contro il traffico di persone. Qui le vite parallele di due bambini vengono narrate grazie alla doppia inquadratura, mentre il commento musicale è “All i need” dei Radiohead. Ancora il ricorso alla poetica degli opposti per esplicitare le diverse realtà agli antipodi del mondo.

Sempre italiano è il commercial televisivo del Cesvi (Cooperazione e Sviluppo), lanciato il 12 giugno 2008 in occasione della giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile. In questo caso l’utilizzo dell’antinomia lavoro-gioco viene resa attraverso una sequenza di fotografie: le prime, a colori, ritraggono bambini in momenti ludici; le seconde, in bianco e nero, dei coetanei mentre vengono schiavizzati in condizioni di esistenza precarie.

La voce di Lella Costa commenta i dati che scorrono e invita a firmare la petizione indetta dall’associazione. Poco originale, ma comunque efficace.

Per concludere, vorrei sottoporre ad analisi il video divulgato dall’associazione cattolica irlandese Trocaire e lo spot promozionale per il canale TV France 24.

Nel primo, un “normale” colloquio di lavoro in America Latina ha come protagonista una bambina, che lo spettatore vedrà solo negli ultimi frames. In realtà le condizioni contrattuali proposte dal datore sarebbero inaccettabili per chiunque, per cui, quando, nella sequenza finale, viene svelata l’identità del silenzioso interlocutore in cerca di occupazione, non si può che rimanere emotivamente coinvolti.

Paragonata alla cifra stilistica delle pubblicità italiane promosse dalle associazioni cattoliche, fatte di musiche suadenti e immagini dal buonismo retrò, in effetti lo stacco qualitativo è enorme.

Per quanto riguarda l’ultimo filmato, invece, si tratta di un vero e proprio spot promozionale per il lancio del nuovo network francese di informazione internazionale. Anche qui si ricorre, come in altri casi, all’animazione. Lo slogan “Tutto ciò che non vorresti sapere” è di potente incisività.

È infatti l’indifferenza il male più subdolo della nostra era, l’incapacità di guardare oltre il proprio misero angolo di universo, vivere nella paura dell’incontro con il diverso, il falso mito della “staccionata bianca”, al di là della quale regnano squilibrio e caos. Ignorare per sopravvivere. Ma è questa la vera vita?

Francesca Spada.

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Questo blog nasce all’interno del corso di Comunicazione sociale della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Sassari. Ora prosegue la sua strada al di là del lavoro universitario. Il blog, interamente gestito dagli studenti e studentesse del corso di Laurea Magistrale in Mediares – Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale, ha come obiettivo quello di riflettere e studiare il mondo della comunicazione analizzandone i contenuti e le forme e proponendo analisi critiche e teoriche su questo variegato mondo.
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